La scuola non è un ambiente creativo

La scuola è un laboratorio di omologazione e adeguamento a un sistema socio-politico-economico più grande. Un sistema che, è sotto gli occhi di tutti, non funziona più. Anche la basilare esperienza di incontro affettivo-sociale promossa dalla scuola rischia di essere stritolata da un modello didattico per-formativo privo di educazione dell'identità umana dei giovani.

Anche il più avanzato dei modelli scolastici spesso sovrappone o scambia il concetto di creatività con quello di arte, e sfrutta quest'ultima come pratica laboratoriale imitativa o tecnica, atta a omologare anziché stimolare l'espressione dell'essere. Nell'era della digitalizzazione selvaggia tutto questo diventa spaventosamente più grave: l'intelligenza artificiale rischia di non essere un valido supporto alla creatività, ma di sostituirla.

La prova più schiacciante di tutto questo è il malessere psico-fisico e spirituale dei ragazzi, anche dei più brillanti. Si osservi il paradosso: i giovani a livello conscio abbracciano l'omologazione in quanto conforme, comoda e dispensatrice di veloce appagamento. Ma a livello inconscio dicono NO a qualcosa che li vuole costringere a non essere ciò che sono destinati a essere e che loro anima conosce perché inscritta in ogni loro particella. Lo chiamo progetto d'anima.

Il dramma che ne emerge si sta consumando nelle famiglie, a scuola, nei pronto soccorso, negli studi di neuropsichiatria infantile: tutti impegnati a curare, diagnosticare, etichettare, medicalizzare, correggere ansia, disturbi emotivi vari e sintomi correlati, neuro-divergenze, opposizione, dipendenze, ritiro sociale e scolastico, DSA ecc.

È una sorta di urlo vertiginoso e silenzioso, una strage generazionale difficile da guardare, trattare, affrontare — perché è un fenomeno diffuso e trasversale, una ferita sociale profonda che brucia dentro e fuori a tutti, e che per essere affrontata in modo autentico richiede un cambiamento radicale del paradigma sociale.

Catastrofe educativa

Esattamente dieci anni fa, nel 2016, a New York partecipai a un convegno sull'utilizzo della mindfulness nella scuola. Erano presenti docenti, educatori, rettori e psicologi provenienti da 30 paesi del cosiddetto occidente. Tutti già da anni alle prese con il disagio scolastico-famigliare e l'incapacità di contenerne gli effetti.

"Noi adulti — genitori, insegnanti, educatori, terapeuti — non eravamo pronti allora e non lo siamo tutt'oggi."

Perché imprigionati in un modello culturale tossico che però ha il vantaggio di farci sopravvivere. Malissimo, ma sopravviviamo, ricorrendo alle stesse etichette, medicine, terapie, ausili didattici e cure palliative che utilizziamo per alleviare il dolore dei nostri figli. In realtà non osiamo dire a noi stessi che siamo profondamente infelici, che ci sentiamo falliti e frustrati, perché per generazioni abbiamo scambiato il benessere col benavere, il successo col riconoscimento pubblico, la ricchezza col denaro, e così abbiamo insegnato l'infelicità ai nostri figli, nipoti e studenti come una sorta di dovere sociale ineludibile.

Sì, perché se è vero che la felicità e l'infelicità si ereditano da chi ci ha preceduti e dall'ambiente circostante, è altrettanto vero che una creatività viva e vitale ci permetterebbe di immaginare tutto un altro modo di vivere e persino un altro mondo. Ci darebbe l'impulso a cambiare, guarire, coltivare e trasmettere uno stile di vita profondamente diverso e felice.

Non voglio essere fraintesa: non sto dicendo che essere felici significa non sentire o evitare il dolore. È l'esatto contrario: essere felici significa esserlo nonostante il dolore. Significa sviluppare la capacità creativa di trasformare il dolore in consapevolezza, il peso dell'errore in sapienza, la rabbia in motivazione, la depressione in ascolto profondo.

"È sensibile" oppure "è fragile"…

ci dicono i genitori e gli insegnanti, confondendo i due termini.

Essere sensibili significa sentire: emozioni, pensieri, sensazioni, avere sentimenti — che sono emozioni che perdurano. Significa sentire come stiamo noi stessi, gli altri, la natura, l'ambiente che ci circonda. La sensibilità è all'origine di quell'agitazione che non fa dormire, è sentire di essere infelici o che la vita non ha senso. È sentire il cuore che batte, lo stomaco sottosopra e le lacrime che salgono, la voglia di nascondersi e di scappare ma anche di esporsi, dire la propria, ribellarsi, esprimere idee e opinioni. Chi è sensibile è empatico e percepisce la bellezza, l'amore, la gioia, lo stupore, la simpatia, la compassione che lo circonda. In pochissime parole: essere sensibili è essere vivi.

Sì, è vero: essere sensibili può fare male e costa fatica, perché vuol dire anche sentire la pressione propria, degli altri e dell'ambiente circostante. Per questo i giovani (e non solo loro) sensibili non sopportano più di stare in ambienti sempre più performativi e non creativi come la scuola, dove non c'è possibilità di scelta o di alleggerimento della tensione. È qui che subentra la fragilità: ci si spezza sotto la pressione del conflitto tra il dentro che vorrebbe scegliere, essere diversi o altrove, e il fuori che obbliga a richieste sempre più preformate.

Per evitare quel dolore, spesso si utilizzano farmaci e terapie che promettono di alleviarlo. E lo fanno. Ma questo non significa stare bene o essere nel bene. Significa ridurre la sensibilità, imparare strategie, adeguarsi, ma indebolire sempre di più la struttura identitaria personale. Fino a non sapere più dire chi io sono e cosa desidero veramente.

Creatività e sensibilità, stessa radice

I ragazzi e le ragazze cosiddetti sensibili hanno un tratto comune caratteristico: sono persone creative. Infatti sensibilità e creatività sono fortemente collegate. Perché sensibilità e creatività sono così intimamente legate? Perché sentire è il primo atto immaginativo. Prima di poter creare qualcosa — un progetto, un gesto, un'opera — occorre percepire che qualcosa manca, che c'è uno spazio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Chi non sente quello scarto, o si spaventa per esso, non lo insegue, non lo esplora e non lo trasforma in azione positiva di cambiamento. La sensibilità è dunque la porta d'accesso alla creatività: non la accompagna soltanto, la genera.

"Un bambino che piange per un'ingiustizia che gli adulti non notano nemmeno sta già, in quel pianto, immaginando un mondo diverso da quello in cui vive — sta già creando, senza saperlo, la prima bozza di ciò che vorrebbe fosse vero."

È per questo che i ragazzi più sensibili sono quasi sempre i più creativi, e viceversa: entrambe le facoltà nascono dallo stesso moto interiore, quello di non accontentarsi della superficie delle cose. Ed è per questo che, quando la sensibilità viene spenta — con un farmaco, un giudizio, un'abitudine alla sopportazione — con essa si spegne anche la creatività. O le due restano insieme, o si perdono insieme.

Creatività e arte a scuola

Certo sono intime, ma non sono la stessa cosa.

La creatività è un potenziale umano fondamentale. A livello biologico permette il rinnovamento delle cellule e dei tessuti, tutti i processi di auto-guarigione e di adattamento a nuove condizioni interne ed esterne. A livello esistenziale ci permette di affrontare i problemi, innovare, cambiare, inventare soluzioni, trovare vie d'uscita al malessere, divergere dalle strade tracciate — specie se non funzionano — per trovarne altre più belle e funzionali per sé stessi e per gli altri. La creatività ci permette di trasformare il dolore in consapevolezza, di conservare ciò che conosciamo e integrarlo con nuove conoscenze. Se la creatività è oppressa o repressa, l'anima a poco a poco si spegne, portando con sé il corpo.

L'immaginazione

La creatività implica la capacità di immaginare, e l'immaginazione è il fondamento della previsione, della verifica e della manifestazione di ciò che siamo e che desideriamo. Se non esprimiamo la nostra creatività vuol dire che non immaginiamo, non prevediamo i risultati delle nostre scelte, le possibili difficoltà, e non manifestiamo i nostri desideri.

Allora per sopravvivere ci conformiamo a modelli prestabiliti, a consigli stereotipati, a mode dettate da chi sfrutta — o induce — l'assenza di creatività per sottomettere la volontà delle persone agli interessi più svariati, non di rado abietti. Se non siamo in grado di verificare, ovvero di discernere ciò che è vero e giusto, siamo istruiti sì, ma in modo nozionistico, conforme a un modello socio-politico-economico predeterminato.

"Una scuola che non nutre la creatività, che non promuove la saggezza dell'errore, ci rende forse eruditi ma non sapienti."

Culturalmente impostati ma incapaci di autentica ricerca, di ragionamento critico, divergente, innovativo. Ci sembra di essere intelligenti, ma se non sentiamo a un livello più profondo, quell'intelligenza finisce per ritorcersi contro di noi.

L'intelligenza artificiale: anestesia del desiderio

Il rischio dell'intelligenza artificiale non è che pensi al posto nostro — è che ci abitui a non desiderare più di pensare. Ogni volta che deleghiamo un'immagine, un testo, un'idea a un algoritmo prima ancora di aver provato a immaginarla noi, indeboliamo esattamente quel muscolo di cui parlavamo: la capacità di prevedere, verificare, manifestare ciò che siamo.

Non è la tecnologia in sé il problema, è l'ordine delle cose.

"Se l'output arriva prima del desiderio, il desiderio smette di formarsi."

Un ragazzo il cui desiderio non si è mai formato non saprà mai distinguere, da adulto, tra ciò che vuole davvero e ciò che gli viene suggerito — dall'algoritmo di oggi come, ieri, dal modello scolastico che lo ha istruito senza nutrirne l'intelligenza.

L'IA, usata dopo il gesto creativo, può essere uno specchio, un amplificatore. Usata prima, al posto del gesto, è un'altra anestesia. Molto più potente delle altre.

L'arte

L'arte è una delle manifestazioni della creatività ed è la capacità di utilizzare i sensi e la sensibilità e di unirli alla nostra essenza spirituale per esprimere bellezza e goderne in tutte le sue forme. Musica, danza, canto, pittura, scultura, poesia, recitazione, architettura, ma anche gastronomia, profumeria, sartoria, falegnameria, fotografia, scenografia… sono forme di artigianato che possono essere sì ordinarie e utili, ma se nutrite di immaginazione, previsione, verifica, desiderio, passione diventano straordinarie forme di bellezza che sorprendono, incantano e inducono autentiche esperienze spirituali.

L'arte, a livello pedagogico, diventa non solo mezzo regio di sviluppo neuro-psicologico, neuro-estetico, spirituale in senso ampio e laico, ma è una via metodologica per dare impulso alla libertà di pensiero, di espressione e di cambiamento, che si può esprimere in ogni ambito della vita, in ogni materia scolastica, e nella capacità di interconnettere saperi diversi o all'apparenza distanti tra loro.

Il teatro

In particolare il teatro ci permette, in un'unica disciplina, di praticare scrittura creativa, disegno (scenografia), musica, movimento corporeo, ricerca, e di sviluppare capacità umane come la comunicazione efficace, la conoscenza, l'espressione e l'esposizione di sé, l'interazione sociale e la cooperazione, l'autostima. Per teatro qui non si intende recitare o fingere, ma unire corpo, mente, emozioni, socialità, cultura e spirito in una manifestazione creativa artistica completa, che abbia come soggetto l'apprendimento e la crescita umana.

Il teatro-educazione fondamento metodologico

Il nostro modo di insegnare nasce proprio qui, nel teatro e nella formazione di chi insegna. Non è un'immagine retorica: è un metodo che ha un nome e una struttura. È basato sul Sistema Movimenti Maestri, ideato da Monica Antonioli, ed è la cornice teorica ed esperienziale su cui Sapere ed Essere — il progetto didattico ed educativo de La Via di Casa — costruisce la formazione dei propri insegnanti ed educatori.

Il percorso di teatro-educazione si muove dal sé all'altro: prima l'educatore, l'insegnante, lavora sulla propria presenza, il proprio corpo, la propria identità come persona, sulla scena del proprio vissuto personale e professionale — solo dopo apprende gli strumenti per il gruppo, la progettazione, la classe. Non si insegna a «condurre un laboratorio»: si impara, prima di tutto, a essere un adulto che ha attraversato il proprio processo creativo, e che per questo può offrirlo, senza fingerlo, ai ragazzi che accompagna.

Un ragazzo che si ritira socialmente, o che non riesce ad apprendere ed esporre Dante Alighieri — o qualsiasi altra lezione, di qualsiasi materia — spesso non ha un problema con la materia: ha un problema con le parole per dire chi è, per dire quel disagio. In un laboratorio teatrale trova un luogo protetto dove può essere, prima di dover spiegare. Analogamente la classe è la scena dove si svolge il dramma umano di chi, oltre ad apprendere, cerca se stesso e cresce in termini umani — e dove questi due aspetti non sono mai disgiunti, perché:

"la scuola deve essere Umana + Umana: capace di fare crescere le persone e aiutarle a risolvere i problemi della vita, oltre che quelli di matematica."

L'ansia da prestazione, che la scuola tradizionale alimenta con voti e giudizi, grazie al teatro-educazione si trasforma in tensione creativa: l'errore non è una colpa da correggere ma materiale drammaturgico, occasione di rappresentazione e scoperta. Un insegnante o educatore che ha attraversato il proprio processo creativo non trasmette nozioni: trasmette permesso. Il permesso di sentire, di sbagliare, di divergere. Ed è proprio quel permesso — non un metodo didattico in più — a mancare oggi nelle aule, nei pronto soccorso, nelle famiglie di cui parlavo all'inizio.

Conclusione

Torniamo alla riflessione iniziale: la scuola può tornare a essere un laboratorio creativo e non di omologazione? Non lo sarà finché continueremo a curare i sintomi — ansia, ritiro, opposizione, diagnosi — senza toccare la causa: un sistema che ha smesso di nutrire l'immaginazione e i sogni dei suoi ragazzi e, prima ancora, dei suoi adulti.

Cambiare non significa aggiungere un'ora di teatro all'orario scolastico. Significa restituire agli insegnanti, ancor prima che ai ragazzi, il permesso di sentire, sbagliare, divergere — e da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di stare a scuola, e forse un altro mondo possibile.